
«La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore. Ma dal lato per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta e accanto al cuore per essere amata.» Saffo
Valentina, italiana di nascita, tedesca per cittadinanza, sopportava da oltre nove anni gli isterismi di Bill Kaulitz: ogni sera doveva subirsi tre ore di telefonate perché la vasca di qualche suite era troppo piccola, o perché gli si era sbaffato il trucco, o perché quella mattina, durante un servizio avevano osato criticare il suo nuovo look, insomma, Valentina era la migliore amica di Bill Kaulitz; il problema serio è che, da oltre due anni, oltre ad essere il suo migliore amico, Bill era diventato il ragazzo con cui Vale avrebbe passato assai volentieri tutto il resto della sua vita. Ovviamente il vocalist dei Tokio Hotel era all’oscuro di tutto ciò, ma suo fratello non lo era di certo, infatti, come lei doveva subirsi a “malincuore” le lamentele di Bill, il rasta doveva subirsi Valentina e il suo amore verso il fratello gemello con tutti gli annessi e connessi, soprattutto quella sera.
«Perché non ti metti la gonna?» le chiese Tom, stravaccato sul suo letto.
«Perché io non porto le gonne.» rispose Vale, cercando la maglietta.
«Se non ti vesti in modo più femminile, mio fratello non ti noterà mai.» osservò lui, mettendosi le braccia sotto la nuca.
«Si da il caso, caro il mio buzzurro, che questa sera io e Bill usciamo.» sorrise la ragazza, schioccando la lingua; e quella sera gli avrebbe tutto, non poteva più mentirgli.
«Si, ma se vuoi che mio fratello ti noti seriamente, penso che dovresti indossare qualcosa che non siano le solite converse e jeans.»
Valentina sbuffò, guardando la sua immagine riflessa nello specchio, forse aveva ragione lui, odiava dargli ragione, appena glielo avrebbe detto lui si sarebbe gasato e le avrebbe rinfacciato quel momento per anni; così, senza parlare si andò verso l’armadio e ripescò un paio di ballerine nere, l’unico paio di scarpe abbastanza “elegante” che avesse, poi indossò il la maglietta blu che aveva, diligentemente, comprato per quell’occasione.
«Questo è il massimo che posso fare.» Disse rivolgendosi al rasta, con le mani sui fianchi.
«Niente tacchi?» Domandò lui.
«Niente tacchi.» Ribadì lei, con un sorriso, «Ora va via, che se arriva tuo fratello e ti trova qui penserà sicuramente qualcosa di sbagliato.» Aggiunse.
«Ti piacerebbe.» Rise il rasta, alzandosi dal letto e avvicinandosi per salutarla, «Ammettilo che in realtà sei fottutamente innamorata di me.»
«Oh si Tomi!» Esclamò la ragazza, teatralmente, facendo ridere ancora di più l’amico.
«In bocca al lupo, maschiaccio!» Le disse abbracciandola e dandole un bacio sulla testa.
«Crepi, buzzurro.» rispose accompagnandolo alla porta, ma vennero bloccati dallo squillo del cellulare della ragazza, Bill era li sotto.
«Merda!» Imprecò lei, correndo a prendere la borsa.
«Sbrigati a uscire e lascia la porta semi aperta.» Le disse il rasta, dandole una spinta verso la porta.
«Sì, vado.»
La ragazza scese di corsa le scale, salutò la madre e si fiondò alla porta, erano due settimane che non lo vedeva e quando se lo ritrovò davanti la sua bellezza le mozzò il fiato.
Se ne stava lì, sulla porta, con una camicia nera, un paio di jeans scuri ed attillati e i capelli diligentemente raccolti in una coda bassa, in mano aveva una rosa bianca, era la cosa più simile ad un Dio mitologico che avesse mai visto, ed era lì per lei.
«Vale?» Chiese lui, vedendola immobile, la ragazza, per tutta risposta lo abbracciò, sorridendo.
«Mi sei mancato, tanto.» Gli confessò, inspirando il suo profumo.
«Anche tu.» Rispose lui, chiudendo gli occhi per imprimere nella sua mente quel momento.
«Basta smancerie, dove andiamo a magiare?» Chiese lei, alzando il sopraciglio e sciogliendo l’abbraccio.
«Oh bè, ovviamente, non te lo dico.» Le rispose Bill, prendendola per mano. Vale era abituata a gesti del genere, ma il suo cuore non resse comunque al tocco della mano fredda di Bill, tanto che quando prese la sua ebbe un fremito; fortunatamente il ragazzo non se ne accorse e la scortò fino in macchina.
«Il Riltz Clarton?!» Domandò Valentina, inarcando un sopraciglio.
«Non proprio.» Ammiccò Bill, facendole l’occhiolino. La ragazza si accigliò, pensando a dove diavolo la stesse portando, anche se in fondo, qualsiasi posto le andava bene, le bastava essere con lui; presero l’ascensore e Bill pigiò il tasto dell’ultimo piano.
«Allora, è finito l’album?» Chiese la ragazza, poggiandosi alla parete dell’ascensore.
«In teoria si, ma secondo me manca qualcosa.»
«Per questo state ritardando...» Concluse lei, scuotendo la testa; il moro annuì, con un mezzo sorriso.
«Sei sempre il solito precisino.» Sbuffò la bionda, alzando gli occhi al cielo.
«Bene, chiudi gli occhi!» La incitò Bill, battendo le mani.
«Ah?»
«Purtroppo, devi chiudere i tuoi bellissimi occhi.» Le sussurrò lui, andandole dietro e poggiando le dita sottili sulle sue palpebre.
«Bill, se è uno scherzo...» Iniziò a minacciarlo, ma lui le ridiede la visuale e Valentina restò a bocca aperta.
La terrazza del Riltz di Berlino era adibita a ristorante, tutto era illuminato da candele, sul tavolino c’erano dei petali di rosa a mo’ di decorazione, la fioca luce emanata da un sottile spicchio di luna rendeva ancora più cristallina l’acqua della piscina, rendendo tutto ancora più magico e surreale.
«Allora?» Domandò Bill, in ansia, sperava tanto che le piacesse, «Ho esagerato? No, perché se ho esagerato...»
«’Sta zitto, stai rovinando il momento.» Lo zittì lei, alzando una mano, «E’ tutto così...bello.» Sospirò, estraendo dalla sua borsa la fidata Lumix; scattò una foto, poi un’altra e un’altra ancora... doveva immortalare tutto quello, perché un giorno, quando lui sarebbe stato troppo impegnato per essere semplicemente Bill, quelle foto le avrebbero fatto compagnia. Improvvisamente le prese una morsa allo stomaco, turbata da quel pensiero.
«Ehy, che c’è?» Le domandò il moro, dolcemente, conosceva quello sguardo, quando sembrava che i suoi occhi verdi si spegnessero era il momento che qualcosa non andava.
«Niente.» Mugugnò lei, guardando la piscina.
«Vale...» Cantilenò lui, prendendole il mento fra le mani.
«Sul serio Bill, non è nulla.» Ribadì, forzando un sorriso, il ragazzo annuì, poco convinto.
I due si avviarono al tavolo e iniziarono a mangiare, Bill aveva ordinato la pizza per entrambi, tutto sembrava scorrere per il meglio, ma grattando la superficie dei sorrisi di Vale si poteva scorgere la malinconia dovuta ai pensieri che aveva avuto in precedenza.
Come avrebbe fatto senza di Bill, il suo Bill? Era certa che lo stava perdendo, con l’uscita del nuovo album l’avrebbe perso definitivamente, e si trovò a fare altre foto alla spontaneità dei gesti del ragazzo che non erano costruiti, non erano imposti da nessuno, erano solo dettati dal suo essere: la battaglia con la mozzarella della pizza, il continuo sbrodolarsi con la coca cola, ridere per una qualsiasi banalità...
*
Erano distesi su una sdraio, con un plaid addosso e scrutavano un cielo d’agosto, particolarmente stellato; il cuore della ragazza aveva un ritmo non proprio lento, e, in quella posizione, riusciva a sentire anche quello di Bill, i suoi battiti erano leggermente aumentati.
«Dio quant’ho mangiato.» Sospirò Vale, massaggiandosi la pancia.
«Tu eh? Io sento le patatine galleggiare nel mio stomaco.»
«Bill, che schifo!» Urlò lei, con una smorfia del viso, facendo ridere il ragazzo.
«Oh, non sapevo ti schifassi con così poco.» La prese in giro lui, ricevendo come risposta uno schiaffetto sul braccio.
«Bill?» Chiese Valentina, dopo un poco.
«Uhm?» Mugugnò lui, stringendola un altro po’ a se.
«Niente.» Sospirò lei, doveva dirglielo, doveva trovare il coraggio di farlo.
«Ah, una stella cadente!» Urlò Bill, con un sorriso.
«Ma no! La volevo vedere io, sei sempre il solito fortunato.» Si lamentò lei, «Avanti, esprimi il desiderio.» Lo incitò, con finto entusiasmo.
«Uhm, facciamo così, ti presto il mio desiderio.»
«Bill, non puoi prestarmi un desiderio, è una cosa ridicola.»
«Ma io non so che desiderare, per cui lo lascio volentieri a te.» Arricciò le labbra il moro.
«Avanti, desidera una delle gemelle Olsen; e non ti dimenticare di aggiungere di non volerti prendere una qualche malattia venerea.» Gli consigliò Valentina, facendolo ridere.
«Quanto sei scema!» L’apostrofò, poi la guardò, specchiandosi nel verde dei suo occhi, così limpidi e profondi: «Non mi interessa l’amore di quelle persone false, e costruite.» Le sussurrò, prendendole una mano e baciandogliela delicatamente.
«Bill...» Sospirò lei, «Devo dirti una cosa.» Aggiunse, mordendosi il labbro, doveva dirglielo in quel momento.
«Prima io.» La zittì lui, poggiandole dolcemente l’indice ossuto sulle labbra, «Da Bill Kaulitz ci si aspetta grandi discorsi, e me ne ero preparato uno, solo che, mi destabilizzi, hai il potere di resettare il mio cervello e di far azionare solo il mio cuore...» fece una pausa, poi sospirò, inumidendosi le labbra con la punta della lingua, «Vale noi siamo amici di vecchia data, ho conosciuto il meglio ed il peggio di te, ai miei occhi, ogni cosa che fai, appare speciale, di un altro mondo. Ci ho pensato tanto, Vale, ogni volta ero pronto per dirtelo, ma poi ripensavo a noi e la paura s’impossessava di me, pensavo che avrei rovinato tutto, ma oggi, non so perché, ho capito che, qualsiasi cosa avrei detto, o fatto, tu saresti rimasta comunque qui, al mio fianco...» un’altra pausa, questa volta più lunga, si fermò ad osservarla, a cercare le parole in quegli occhi, che tante volte gli avevano dato coraggio e lo avevano spronato a continuare; sorrise quando capì il modo in cui glielo avrebbe detto: «Komm und hilf mir fliegen Leih mir deine Flügel...» Cantò, sperando che capisse; il cuore di Valentina sembrava volesse uscirle dalla gabbia toracica e prende il volo, le lacrime le rigavano, irrimediabilmente il volto.
«Ich tausch sie heute Nacht .» Rispose lei, canticchiando a sua volta.
«Vale, è un sì?» Le domandò, con gli occhi sognanti.
«Sì Bill, per sempre.»
Il sorriso del moro di allargò in modo smisurato, poi si avvicinò a lei, facendo sfiorare i loro nasi, e poggiò le sue labbra su quelle di Valentina.
In quel bacio c’erano più di mille parole non dette, c’era voglia di scoprirsi, c’era voglia di andare avanti, insieme.
Ebbero la totale certezza che qualsiasi cosa sarebbe successa, che in qualsiasi posto si sarebbero persi, sarebbero stati insieme; Valentina e Bill con un paio di ali in comune che li avrebbe aiutati a volare verso la loro felicità, per sempre.
Fine.
Note: Non chiedermi il perché. Sentivo il bisogno di darti qualcosa, perché tu mi hai dato tanto, hai permesso di farmi entrare nella tua vita, mi hai dato la possibilità di leggerti un poco dentro e con questa volevo ringraziarti. Spero che tutti i tuoi sogni si possano realizzare Nà, lo spero sul serio.
Ti voglio bene, tanto.