Un leggero venticello mi scompiglia i capelli, in una tiepida giornata d’ottobre.
Ottobre non mi è mai piaciuto.
È uno dei mesi che più odio, l’intermediario fra il caldo e il freddo;il periodo in cui si sospira, ricordando gli strascichi di una calda estate ormai finita.
Le foglie cadono.
Cadono.
Cadono sull’asfalto della vie di una grande metropoli, come cadono su quello di un paesino su di una collina.
Colorano con quelle tonalità così spente e apatiche, che la malinconia mi assale al solo pensiero.
Cadono sul prato curato di un vecchio parco, come cadono su quello selvatico, di una radura dispersa e sconfinata, di un bosco dimenticato.
Cadono su di un prato verde, che presto diverrà candido.
La neve, mi ha sempre ricordato il natale. Il freddo natale, ove il bianco gelato della neve si confonde con il calore del rosso e del dorato; i tradizionali colori con i quali, si è soliti adornare le case e le vetrine dei negozi.
Già, tradizionale.
A me, non sono mai piaciute le cose tradizionali, ed è per questo che, se si tratta di addobbare un insignificante albero di natale o di prendere una decisione seria, io, mi ritrovo sempre a nuotare controcorrente. Indipendentemente se la mia decisione sia giusta o sbagliata, tralasciando, ignorando o mettendo semplicemente da parte il parere altrui – che per me non ha mai avuto importanza - senza badare alle conseguenze.
Al contrario di lei.
Lei era una tradizionalista nata.
A lei importava il parere della “gente”.
Io, le ho sempre ripetuto, che così, si vive male. Preoccuparsi costantemente di ciò che la gente pensa di te, quasi come fosse un’
ossessione.
Era praticamente il mio opposto.
Io ribelle, scomposta e passionale.
Lei, pacata, timida e romantica.
Non so nemmeno io come tanti anni fa diventammo amiche.
I bambini non si fanno tanti scrupoli ed attaccano facilmente bottone; e fra noi due, era andata esattamente così.
La incontrai nove anni fa… ed era ottobre.
Mi trovavo al parco e correvo veloce, per arrivare all’altalena – è sempre stata la mia giostra preferita e, pare strano a dirsi, ma lo è tuttora – una volta arrivata, afferrai le spesse e fredde catene e feci un piccolo salto per sedermi sull’altalena, all’ epoca troppo alta per la mia stazza.
Accanto a me, si dondolava una bambina, ma lì per lì non ci feci molto caso.
Iniziai a dondolarmi velocemente; fin da piccola adoravo la velocità. Perché solo in quei momenti, riuscivo a sentirmi veramente libera. E in me, si diffondeva quella sensazione di leggerezza, di libertà assoluta e di pace, che il vento fresco e tagliente provoca, quando si abbatte sul viso e si insinua fra i capelli.
Quando mi voltai a destra, lei era ancora lì, nascosta fra i fitti riccioli castano chiaro. Mi osservava, in silenzio.
Fu così che iniziò tutto.
Ripensandoci, forse, la miglior cosa era quella di andare via. Mi sarei sicuramente risparmiata tante pugnalate al cuore, e tante lacrime amare.
La nostra, è sempre stata insolita come amicizia; soprattutto quando, ormai abbastanza grandicelle, incominciammo ad avere idee ed opinioni diverse, e talvolta, completamente opposte.
Comunque, era una buona amica.
Così buona e cara, da accompagnarmi ad un meet and great, al quale non avrei rinunciato per niente al mondo. Quei pass, li meritavo. Dopo anni, dopo una lunghissima attesa, finalmente c’ero riuscita.
Pur disprezzandoli nel profondo, sapendo quanto ci tenessi, accettò di accompagnarmi.
Figuriamoci! Lei, che ascoltava quei quattro, così appariscenti, così fuori dai canoni tradizionali.
Così fuori dai
suoi canoni.
Come la maggior parte della gente, si era limitata a soffermarsi sull’ombretto nero del vocalist. Così, li
etichettò. Come se fossero un misero barattolo.
Il destino, delle volte fa brutti scherzi.
Chi lo avrebbe mai detto, che proprio quel vocalist, con gli occhi contornati di nero, avrebbe notato lei e non me?
Chi l’avrebbe mai detto, che lui avrebbe preferito lei a me?
Proprio lei, la tradizionalista.
Lei che lo disprezzava.
Lei che disprezzava lui, la sua musica e il suo mondo.
Lei che non si era mai sforzata di capire le sue parole, e si era limitata a fare una smorfia disgustata.
Lei che
sapeva.
E che nonostante ciò, accettò il suo invito, accettò i fiori, le lettere.
Ed io chiusa in camera, da
sola. Mentre lei, insieme a lui, si divertiva.
Adesso, diceva di amarlo.
Amava il suo modo di fare, il suo lavoro, i suoi viaggi.
Amava le sue canzoni, le sue parole, e la sua lingua madre dura e fredda.
Amava i suoi occhi profondi, le sue labbra morbide, e i suoi delicati lineamenti.
Ipocrita.Lei, non lo merita.
Lui, non merita un amore così falso. Lui merita molto di più.
Lei è semplicemente, ammaliata da quella gabbia d’oro, ove più o meno tutti, desiderano essere intrappolati.
Pensava di trovare l’amore vero, con lei, che non era una fan?
Beh, ha ottenuto l’esatto contrario.
Ma l’amore è cieco, come si suol dire.
Sinceramente, non credevo potesse far così male.
Conoscendola, adesso, sarà sicuramente accanto a lui.
Occupa quel posto, che doveva essere il
mio. Bacia quelle labbra, che avrei dovuto baciare
io. Guarda costantemente quegli occhi, dove io mi sarei potuta
perdere. Accarezza quei capelli corvini, lisci e morbidi; che io avrei tanto voluto sfiorare, almeno
una volta.
Perché?
Non so nemmeno dire con esattezza, quante volte, le mie labbra abbiano pronunciato questa parola.
Perché io?
Perché proprio lei?
Perché lui?
Ho passato tanto tempo, in ginocchio, stremata. Gridando parole, che si perdevano immediatamente, nel vuoto, nel silenzio. Percependo le contrazioni dello stomaco - anch’esso addolorato - e le gote perennemente umide. Mentre lei, era in giro per il mondo, con quell’uomo, che doveva essere
mio.
Il cuore pulsava sempre più veloce, tanto da sentire l’eco del battito in testa. Ho seriamente creduto di poter impazzire.
Ed ogni tocco, ogni carezza, ogni sorriso, ogni stretta di mano, ogni abbraccio, ogni bacio. Corrispondevano ad una fitta, sempre più forte.
Il mio cuore, pompava sangue a più non posso. Le mani prudevano in un modo terribile. Mentre gli occhi urlavano, stancamente, delusi, vendicativi.
Avrei voluto morire, ad ogni loro sfiorarsi.
Sentivo il cuore - ormai completamente nero – spezzarsi, e riversare sangue. Venendo così a formare, una grande pozza scura, intrisa di lacrime amare e salate.
Un giorno, udirai le mie urla mute.
È di nuovo
Ottobre, ed io sono tornata in quel parco, pieno di gioiosi ricordi infantili. Sono seduta su quell’ altalena, esattamente come nove anni fa. Ma accanto a me, non c’è nessuno. Non c’è nessuna bimba che mi osserva curiosa.
Il vento continua a scompigliarmi i capelli, e tutto ciò che posso fare, tutto ciò che mi rimane da fare è dondolarmi. Velocemente, tanto da spiccare il volo, tanto da toccare il cielo. Per dimenticare, per lasciarmi tutto alle spalle e non guardare più indietro. Per andare lontano, da questo mondo, sporco e corrotto.
Per sperare, ancora.
Per essere finalmente
libera.
Edited by Esty92 - 5/2/2009, 14:05